Donatien Alphonse François de Sade 

 

Donatien Alphonse François de Sade

Parigi 1740 - Charenton-Saint-Maurice 1814
Scrittore e filosofo francese

Aforismario

 

Justine o le disavventure della virtù


Justine ou les Malheurs de la vertu, 1791 

 

Quale rispetto possono meritare le religioni? Ve n'è una che non porti il marchio dell'impostura e della stupidità? Che cosa vedo in tutte? Misteri che fan fremere la ragione, dogmi che oltraggiano la natura, cerimonie grottesche che ispirano derisione e disgusto.

 

L'egoismo è la prima legge della natura.

 

Se una legge fra tutte merita specialmente il nostro ribrezzo e il nostro odio, questa è la legge barbara del cristianesimo. Ce n'è una più odiosa? una che ripugni altrettanto profondamente al cuore e allo spirito? Come possiamo noi, uomini ragionevoli, attribuire credito alle parole oscure e ai pretesi miracoli del vile fondatore di questo orribile culto? quale mai ciarlatano fu più degno del pubblico obbrobrio?

 

La virtù non conduce ad altro che all'inazione più stupida e più monotona, il vizio a tutto ciò che l'uomo può sperare di più delizioso sulla terra.

 

La natura non ha alcun bisogno di un padrone che la diriga; da sola mantiene il suo perenne movimento e la sua attività. E se questo padrone esistesse veramente, cosa meriterebbe, oltre a disprezzo e a oltraggio, per aver creato un universo colmo di tante imperfezioni?

 

La nuova Justine


La Nouvelle Justine ou les Malheurs de la vertu, 1799

 

Dio non esiste. Fu nel seno dell'ignoranza, della paura e delle sventure che i mortali fondarono le loro cupe e disgustose nozioni sulla divinità. Esaminiamo tutte le religioni, e vedremo che le idee su questi agenti potenti e immaginari furono sempre associate a quelle sul terrore. Oggi tremiamo perché i nostri avi fremettero secoli addietro.

 

Se il Dio delle nazioni fu partorito nel seno dello spavento, fu anche in quello del dolore che ogni uomo diede forma alla potenza sconosciuta ch'egli creò per se stesso: fu dunque sempre nel laboratorio del terrore e della tristezza che l'uomo sventurato creò il ridicolo fantasma di cui fece il suo Dio.

 

Un Dio presuppone una creazione, vale a dire un istante in cui non c'era nulla, oppure un istante in cui tutto fu nel caos. Se l'uno o l'altro di questi stati era un male, perché il vostro stupido Dio ha permesso che sussistesse? Era un bene? Perché lo cambiò? 

 

Questo essere esecrabile, nato dalla paura degli uni, dalla furbizia degli altri, e dall'ignoranza di tutti, non è che una rivoltante banalità che non merita da parte nostra un solo istante di fede, né un solo istante di rispetto; una stravaganza pietosa che ripugna all'intelletto, che rivolta lo stomaco, e che è uscita dalle tenebre solo per il tormento e l'umiliazione dell'uomo. Detestate questa chimera; è spaventosa; può esistere solo nell'angusto cervello degli imbecilli o dei frenetici: non esiste cosa più pericolosa a questo mondo, nessuna che debba esser più temuta e al tempo stesso più aborrita dagli umani.

 

Le religioni, nate da questi inganni, possono forse meritare qualche rispetto? ce n'è forse una che non porti il marchio dell'impostura e della stupidità? E cosa vi vedo in tutte? Misteri che fanno fremere la ragione, dogmi che oltraggiano la natura, cerimonie grottesche che ispirano solo la derisione e il disgusto. Ma se due, fra tutte, meritano più specificamente il nostro disprezzo e il nostro odio, non saranno quelle che si appoggiano su quei due romanzi imbecilli, conosciuti sotto il nome di Antico e Nuovo Testamento?

 

Che cos'è quel ridicolo divieto di mangiare il frutto di un albero in un giardino di cui si dispone? Ha una bella perfidia, questo Dio, per imporre un simile divieto; soprattutto perché sapeva che l'uomo sarebbe caduto: è dunque una trappola che gli tende. Proprio un vile furfante questo vostro Dio! Lo credevo soltanto un imbecille; ma guardandolo un po' più da vicino, mi appare come un gran scellerato.

 

Alla volontà di un prete, ossia di un furfante coperto di menzogne e di crimini, questo gran Dio, creatore di tutto ciò che vediamo, si abbasserà fino a scendere dieci o dodici milioni di volte ogni mattina in un pezzo di pane che, digerito dai fedeli, si trasformerà ben presto, in fondo alle viscere, nei più vili escrementi; e tutto questo per accontentare il suo tenero figlio, l'odioso inventore di questa mostruosa empietà durante una cena in una bettola! L'ha detto, deve essere così; ha detto: "Questo pane che vedete sarà la mia carne, lo digerirete come tale: ora, io sono Dio, dunque Dio sarà digerito da voi; dunque il creatore del cielo e della terra si tramuterà in merda, perché io l'ho detto; e l'uomo mangerà e cacherà il suo Dio, perché questo Dio è buono, perché questo Dio è onnipotente".

 

Non c'è nessun Dio, non ce ne furono mai. Questo essere chimerico non è esistito che nella testa dei folli; nessun essere ragionevole vorrà definirlo, o ammetterne l'esistenza; solamente gli imbecilli possono dar credito a un'idea così prodigiosamente contraria alla ragione. Ma la natura, mi direte, è inconcepibile senza un Dio. Ah! capisco; intendete dire che per spiegare ciò che non comprendete bene, avete bisogno di una causa di cui non comprendete assolutamente nulla.

 

Quando l'ateismo vorrà dei martiri, lo dica: il mio sangue è pronto.

 

Poiché la natura ha ispirato a tutti gli uomini il più vivo amore per la loro esistenza, l'eternità di questa esistenza diventa un desiderio insopprimibile; il desiderio si converte ben presto in certezza e ancora più prontamente in dogma.

 

La religione non ha potere che sull'intelligenza di coloro che non riescono a spiegare nulla senza di essa: è il nec plus ultra dell'ignoranza; ma, ai nostri occhi di filosofi, la religione appare solo un'assurda favola, unicamente degna del nostro disprezzo.

 

Chiedete a un cristiano, ossia a un imbecille, poiché soltanto un imbecille può essere cristiano, chiedetegli, dicevo, qual è l'origine del mondo: vi risponderà che Dio ha creato l'universo; domandategli ora che cos'è Dio: non ne sa nulla; che cosa significa creare: non ne ha alcuna idea.

 

La natura mi ha parlato abbastanza per convincermi che tutti i culti, tutti i misteri religiosi non sono che esecrabili assurdità.

 

Se Dio esistesse ci sarebbe una minor quantità di male sulla terra. Ritengo che se questo male esiste, o è Dio stesso a volere tali disordini, ed è allora un essere barbaro, o non è in grado di impedirli, ed allora è un essere debole, e, in ogni caso, un essere abominevole, un essere di cui devo sfidare la folgore e disprezzare le leggi. L'ateismo non vale forse più di questi due estremi? e non è cento volte più ragionevole non credere ad alcun Dio, che adottarne uno così pericoloso, così spaventevole, così contrario al buon senso e alla ragione?

 

Il Dio che ti forgi è solo una chimera la cui stupida esistenza vive solo nella testa dei pazzi. È un fantasma inventato dalla scelleratezza degli uomini, il cui unico scopo è ingannarli o armarli gli uni contro gli altri. Il più importante servizio che si sarebbe potuto render loro, sarebbe stato di sgozzare immediatamente il primo impostore che osò parlar loro di un Dio.

 

Justine o le sventure della virtù Justine o le sventure della virtù
Autore François de Sade
Traduttore Sardi F. Saba
Editore BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, 2005

Specchio di virtù e di devozione religiosa, Justine racconta alla sorella Juliette, dopo una lunga separazione, le proprie disavventure. La narrazione si trasforma in un vertiginoso viaggio tra frati licenziosi, impenitenti falsari, losche mezzane, aristocratici viziosi: un percorso iniziatico attraverso l'esperienza del libertinaggio, che si snoda circolarmente in discorsi, classificazioni ed enumerazioni. Pubblicato anonimo nel 1791 e subito dichiarato fuorilegge, Justine fu sottratto all'oblio cui lo destinava l"'inferno" della Biblioteca Nazionale di Parigi negli anni Trenta e consegnato alla tradizione letteraria del Novecento.

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